La prima enciclica di Leone XIV – Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Leone XIV, ha avuto subito molto rilievo mediatico. Peraltro, la cultura laica deve concentrarsi non sul rilievo dato al tema dichiarato dell’enciclica – cioè la custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza Artificiale – bensì sul contenuto complessivo del messaggio che ne emerge.
La Magnifica Humanitas è infatti lunga (ben oltre quarantamila parole, un’introduzione seguita da cinque solidi capitoli e una conclusione, il tutto suddiviso in 245 commi) e fa continuo riferimento all’IA. Però il suo argomento centrale effettivo non è l’IA bensì la conferma del ruolo della Chiesa quale strumento della Verità Divina, imperituro al passar dei secoli. Uno strumento che ha compiuto la svolta decisiva nel 1891 con la Rerum Novarum, poi evolutasi attraverso i grandi documenti ecclesiali di quindici decenni. Ne è emersa quella Dottrina Sociale della Chiesa che della Magnifica Humanitas è il vero messaggio religioso. Non lo è l’IA.
Siccome la Magnifica Humanitas è un documento tutt’altro che banale frutto della cultura di un Papa non di Curia – e dunque capace di dare una veste dinamica alle abituali posizioni tradizionali della Dottrina Sociale della Chiesa – è indispensabile che siano non meno dinamiche (e perciò evitino qualsiasi suggestione di tipo anticlericale) pure le valutazioni della cultura laica riguardo la proposta religiosa fatta dalla Magnifica Humanitas. Per la ragione che si tratta di una proposta ancor oggi restia ad accettare il punto chiave emerso dall’esperienza secolare: sono le istituzioni civili le sole deputate ad organizzare la convivenza imperniandosi sui cittadini. Sul tema, l’impianto della Chiesa cattolica non da contributi costruttivi ed anzi, quando si sforza di darli, manifesta propensioni impositive dannose per la crescita civile dei cittadini conviventi.
L’introduzione- Ciò premesso, prima di fare uno specifico commento alla Magnifica Humanitas, esaminiamone più in dettaglio il testo , seppure abbastanza al volo, iniziando dall’introduzione di 16 commi, facendo qualche commento volante e riservando al termine la valutazione generale. L’enciclica mette subito a fuoco il nodo religioso. “Su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto… e la Chiesa , essendo il sacramento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, riconosce nella storia il luogo in cui il Vangelo interpella e accompagna l’esperienza umana”. Questo è il motivo essenziale per cui l’enciclica si incentra sulla Dottrina Sociale della Chiesa. La quale “non è un insieme statico di concetti, ma un corpus vivo di verità, che custodisce e interpreta la vocazione dell’umanità a una vita piena e giusta”.
La Dottrina Sociale della Chiesa sarebbe oggi irrinunciabile poiché “negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo…Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa…Non possiamo ignorare che…le potenzialità che abbiamo acquisito danno a coloro che detengono la conoscenza, e soprattutto il potere economico per sfruttarla, un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero”.
A questo punto, l’enciclica fa un’affermazione cardine. “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto prevalentemente privato…ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Su una simile tesi la cultura laica non può sorvolare. Infatti, non esprime una mera constatazione ma sancisce, in maniera felpata e convinta, la netta preferenza della Chiesa per strutture collettive lontane da quella brulicante dinamicità individuale degli umani conviventi , che viceversa è il marchio del progresso conoscitivo della scienza e della laicità.
Primo Capitolo – Il primo Capitolo dell’enciclica, intitolato “Un pensiero dinamico fedele al Vangelo” e composto da trenta commi, intende spiegare perché e come “l’intelligenza artificiale vada compresa … come una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale e ne domanda un ulteriore sviluppo, nella fedeltà al Vangelo”.
Per dare tale spiegazione, la Magnifica Humanitas compie un passo essenziale. Illustra “alcune convinzioni di fondo riguardo al modo in cui la Chiesa abita la storia e si rapporta al mondo. Senza tale precisazione, la Dottrina sociale rischierebbe di apparire come un’ingerenza indebita in questioni temporali o come un codice etico esterno da applicare dall’alto… In realtà essa scaturisce da una Chiesa che cammina con l’umanità, riconosce l’autonomia delle realtà terrene e la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica e, proprio per questo, ambisce a servire il bene comune”.
Una dichiarazione simile parrebbe rispondere in pieno alle critiche laiche di questo articolo formulate prima. Ma non è affatto così. E’ solo un accorgimento espositivo, ed infatti l’enciclica precisa subito dopo che “nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale”. L’enciclica conferma che la comunità ecclesiale e quella politica devono ciascuna operare nella più piena autonomia. E chiarisce che la vicinanza della Chiesa ai cittadini “non nasce dall’intento di supplire alle istituzioni…ma dalla carità evangelica che la spinge ad accostarsi alle ferite dell’umanità nei momenti in cui esse si manifestano con maggiore gravità”.
E’ su tale questione civile che si annida il problema della disfunzione prodotta dalla Chiesa. Di fatti, la Chiesa, è scritto nell’enciclica, non intende produrre un suo modello da contrapporre agli altri, però rivendica un proprio sistema, “quello dei principi che sostengono un’interpretazione evangelica dei processi storici e delle scelte che questi comportano. È da qui che scaturisce la funzione propria della Dottrina sociale, che …. si offre come sostegno al discernimento comune, aiutando a riconoscere e promuovere ciò che serve alla dignità delle persone, alla vitalità delle comunità e al bene di tutti”. Insomma, la Magnifica Humanitas ripropone con nuove argomentazioni la solita tesi (ardita per i laici) secondo cui il messaggio religioso del Vangelo è ineludibile per il conoscere umano.
L’enciclica poi prosegue definendo la Dottrina Sociale un discernimento comunitario. E precisa che “la Chiesa non vuole alzare la bandiera del possesso della verità, perché la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere… La verità del Vangelo non si impone dall’alto, ma cresce nel tempo, dentro l’intreccio concreto delle vite, delle comunità e delle culture. È una verità che non teme la diversità, ma la accoglie e la ordina; che non elimina i conflitti, ma li trasfigura; che ricompone ciò che la storia tende a disperdere. La Dottrina Sociale nasce dall’incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia…si alimenta del contributo delle scienze, delle culture e delle esperienze umane…La Chiesa deve far udire la sua voce non per dominare, ma per servire la comunione. Così la Dottrina sociale diventa una teologia della comunione nella storia”.
Stabiliti tali cardini (di stretto carattere religioso), la Magnifica Humanitas illustra puntualmente lo sviluppo del magistero sociale da Leone XIII ad oggi.Sottolineando che la Rerum Novarum ne è stata la sua pietra miliare e precisando in particolare il motivo che “difende la proprietà privata insieme alla sua imprescindibile funzione sociale”. Della Rerum Novarum, scrive l’enciclica, “restano di grande attualità almeno due acquisizioni: il primato del lavoro umano su ogni logica puramente produttiva o finanziaria, … e il nesso inscindibile tra annuncio evangelico e ricerca di un ordine sociale più giusto”. Prosegue illustrando uno alla volta i successivi insegnamenti dei vari documenti ed encicliche emanati nel corso dei decenni. Richiamando “tre orientamenti importanti per leggere le dinamiche della globalizzazione e per promuovere un ordine internazionale più giusto e pacifico: l’esigenza che il diritto preceda l’interesse, la consapevolezza che le disparità economiche sono terreno fertile per tensioni e violenze, e il valore di un tessuto associativo capace di mediare tra individuo e Stato”.
L’esame che l’enciclica fa degli anni del Concilio Vaticano II e dei documenti pubblicati dai diversi Pontefici è puntuale, espressivo e con un costante riferimento al Vangelo, “che non è un messaggio superato, ma una visione della persona umana, delle relazioni, dell’autorità e del bene comune capace di orientare anche oggi le scelte economiche, politiche e culturali”. In questo quadro l’enciclica rievoca i documenti di Giovanni Paolo II e le innovative riflessioni sui caratteri del lavoro umano e sulla piaga del sottosviluppo.
La Magnifica Humanitas ricorda poi l’enciclica del 1991, la Centesimus annus. “Offre un discernimento sul crollo del sistema sovietico e sull’affermarsi della democrazia e dell’economia di mercato… E rilancia il messaggio di Papa Pio XII secondo cui la Chiesa può apprezzare la democrazia nella misura in cui garantisce la partecipazione effettiva dei cittadini… e impedisce che il potere sia monopolizzato da élite ristrette mosse da interessi particolari o ideologici. Allo stesso modo riconosce il potenziale positivo del mercato e dell’iniziativa privata solo se restano subordinati alla legge morale e orientati dal principio di solidarietà, senza sacrificare i più deboli alla logica del profitto”.
Qui è opportuno un rilievo. La Centesimus annus già celebrava il passato perenne della Rerum Novarum e la Dottrina sociale come evangelizzazione nel segno della tradizione della Chiesa. Il tutto usando un linguaggio scevro da toni profetici e avvolto in un’atmosfera di innegabile ragionevolezza. Peraltro, anche allora, erano novità solo in relazione alle posizioni tradizionali della Chiesa, non a quelle dei più evoluti filoni culturali del mondo laico occidentale. La Centesimus annus arrivava a riconoscere che libertà, democrazia, concorrenza secondo le regole sono uno strumento potente di cresciuta umana, il più potente inventato dall’uomo. Ma la diffidenza religiosa rispetto ai cambiamenti innovativi sulle questioni terrene, aveva già provocato un grave ritardo nell’arrivare a capirlo. E soprattutto non ne garantiva una comprensione piena. Così, la Centesimus annus attribuiva alla rivalutazione dell’economia libera motivi e finalità in parte con essa incoerenti. Quali, il pensare la proprietà giusta e legittima, solo se serve ad un lavoro utile alla destinazione universale dei beni. Oppure ritenere l’illuminismo e il razionalismo capitalistico gravi errori da aborrire. Oppure essere convinti che l’uomo può donare sé stesso salvo chead un progetto solo umano della realtà. Oppure sostenere che non va commesso l’errore di dimenticare la trascendenza della persona umana (visto che senza capacità di trascendenza, l’uomo si preoccuperebbe prevalentemente del possesso e del godimento e dunque non potrebbe essere libero, siccome l’obbedienza alla verità su Dio e sull’uomo è la condizione prima della libertà).
Di certo simili asserzioni sono una questione di fede del tutto estranea al problema della ricerca attuata nella dimensione umana. Eppure è proprio con la ricerca nella dimensione solamente umana che la società civile ha accresciuto nel tempo le sue conoscenze e le potenzialità di ciascun cittadino, tanto che la stessa Centesimus annus dava atto come gli spazi a disposizione dell’uomo fossero divenuti sempre più grandi.
Ritornando alla Magnifica Humanitas e passando al periodo seguente , l’enciclica mette in evidenza che Benedetto XVI ha spiegato che la carità è la via maestra della Dottrina sociale della Chiesa, purché sia sempre unita alla verità. E ha rilevato “ con preoccupazione che proprio nei campi sociale, giuridico, politico ed economico si tende a dichiarare l’irrilevanza morale della carità”. La Magnifica Humanitasrimarca che la novità del contributo di Benedetto XVI consiste appunto“nel mostrare che sviluppo, giustizia, istituzioni e mercato non sono realtà neutre, ma luoghi in cui la carità nella verità deve prendere forma storica”.
Il Pontefice successore , Francesco, invita a “guardare la storia a partire dalle ferite e dalle speranze delle persone e a metterle in dialogo con il Vangelo”. Nella sua enciclica Evangeli Gaudium scrive “l’annuncio cristiano ha un’intrinseca dimensione sociale” e invoca “una Chiesa capace di ascoltare il grido dei poveri, dei migranti e delle vittime delle nuove schiavitù”. Lungo una tale linea Francesco insiste “su una Chiesa che cerca di leggere i segni dei tempi alla luce del Vangelo e si lascia evangelizzare dai poveri con cui condivide la storia”. Più oltre, la Magnifica Humanitas ricorda che Francesco, nella Laudato sì, ”offre la prima grande elaborazione sistematica della crisi ambientale in una Enciclica sociale, mostrando che essa non è una questione settoriale, ma l’aspetto ecologico della crisi socio-economica contemporanea…. siccome tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri non possono essere separati. In questa luce, tornano in primo piano la destinazione universale dei beni, la critica a un paradigma tecnocratico che pretende di ridurre tutto a oggetto di dominio, la difesa del lavoro umano minacciato dalla logica dello scarto, l’esigenza di una giustizia tra le generazioni e il richiamo a un dialogo vero tra politica ed economia, perché nessuna delle due si chiuda nella propria autoreferenzialità”. Inoltre la Magnifica Humanitas ricorda che Francesco “rilancia in Fratelli tutti il sogno di un’umanità che sappia scegliere l’amicizia sociale e la fraternità universale”.
L’enciclica di Leone XIV ha così concluso “una lettura della storia alla luce della fede” mostrando come
”la Dottrina sociale della Chiesa non sia il frutto di un progetto elaborato a tavolino, ma il risultato di una trama paziente, nella quale ogni Pontefice – insieme al Concilio Vaticano II – ha offerto un contributo originale alla luce delle cose nuove del proprio tempo”.
Capitolo secondo – Siamo così arrivati al Secondo Capitolo della Magnifica Humanitas, intitolato “Fondamenti e principi della Dottrina Sociale della Chiesa”, suddiviso in 44 commi.
Leone XIV inizia con una dichiarazione illuminante. “Ritengo che, per custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, dobbiamo tornare a riflettere sul bene comune, sulla destinazione universale dei beni, sulla sussidiarietà, sulla solidarietà e sulla giustizia sociale. Sono convinto che il rapporto armonioso tra questi principi richieda che essi siano considerati congiuntamente, affinché risalti con chiarezza come si richiamano e si illuminano reciprocamente”. Aggiungendo subito dopo di voler “aiutare i fedeli laici e tutte le donne e gli uomini di buona volontà a riscoprire il proprio compito di portare nel quotidiano… i principi che mi accingo a richiamare, lasciandosi animare dall’intento di incarnare l’amore di Dio nella trama concreta della storia”. Va preso pertanto nota che il fine operativo dell’enciclica è dichiarato. Ognuno deve dare concretezza “al cammino pastorale della Chiesa” . Insomma, non c’è quanto chiede la laicità, il manifestare le proprie convinzioni.
La Magnifica Humanitas prosegue descrivendo i fondamenti della Dottrina sociale. Iniziando da”l’essere umano immagine del Dio trinitario”, lungo una serie di sei commi approfondisce descrivendoli gli aspetti principali della dignità umana e della fede religiosa che si manifesta nella comunione con il Divino. Ciascuna persona ha una dignità che “non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno… la dignità fondamentale di ogni persona non si acquisisce e non si merita”.
La dignità è la base dei Diritti Umani. Tanto che “la Chiesa riconosce con gratitudine che il movimento verso la proclamazione dei diritti dell’uomo è uno dei più rilevanti sforzi per rispondere efficacemente alle esigenze imprescindibili della dignità umana”. Non per caso l’enciclica ricorda come “la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, è una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità”. Naturalmente l’enciclica precisa subito che “sarebbe vano proclamare i diritti umani se allo stesso tempo non si mettesse in pratica tutto il necessario per garantire il dovere di rispettarli, da parte di tutti, ovunque e per tutti. Tra questi, il primo diritto umano è il diritto alla vita, dal concepimento alla sua conclusione naturale, senza il quale è impossibile esercitare qualsiasi altro diritto”.
E’ un passaggio emblematico del modo di comportarsi tortuoso della Chiesa. Infatti, il Vaticano ad oggi non ha ancora sottoscritto quella Dichiarazione Universale dei Diritti che esalta. Ciò perché sottoscriverla significherebbe accettare che un’istituzione terrena possa stabilire diritti umani definibili, per la Chiesa, solo dalla Divinità. E inoltre perché la Dichiarazione Universale non fa riferimento ai doveri verso la comunità, accetta il mutare religione, ha un impianto individualistico modellato su scelte di vita laiche. Un comportamento così prova l’attitudine della Chiesa a leggere i documenti non per quel che sono, bensì per quanta conferma danno o possono dare al credo cattolico. Dunque un comportamento assai tortuoso.
Proseguendo nell’esaminare il testo dell’enciclica, si trova poi l’esortazione a non rinunciare mai “alla ricerca dei fondamenti più solidi che stanno alla base delle nostre scelte e delle nostre leggi” insieme a quella di riconoscere i diritti delle minoranze, cominciando da quelli delle donne “ che sono doppiamente povere…. perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti”.
In generale, l’enciclica ammonisce che “non basta esaltare la libertà individuale o l’iniziativa privata, se poi si accetta che una moltitudine di persone continui a vivere senza un lavoro dignitoso, senza tutele, senza accesso ai beni fondamentali”. Di conseguenza “chiede di plasmare il modo in cui viviamo insieme, le nostre scelte economiche e politiche, il volto concreto delle nostre città”. E sottolinea che il bene comune è il primo grande principio della Dottrina Sociale della Chiesa. “il bene comune non si lascia ridurre a un semplice elenco di condizioni o di istituzioni. Non coincide con la somma dei vantaggi dei singoli… è un bene più grande….che solo insieme si può costruire, accrescere e custodire… Se si sommassero semplicemente i beni individuali, non si potrebbe spiegare l’esistenza del plus risultato dell’interazione e dell’influenza reciproca, che li supera e allo stesso tempo li arricchisce… Lavorare insieme alla ricerca del bene di tutti significa avere un progetto condiviso”.
Sono parole non soltanto religiose, ma schiettamente politiche. Tanto che a questo punto, la Magnifica Humanitas rileva che “il potere pubblico ha il compito delicato di armonizzare con giustizia i diversi interessi in gioco, cercando un equilibrio tra beni particolari e bene di insieme, senza lasciare indietro i più deboli”. E rileva anche che lo stesso vale per la politica internazionale. “Invito tutti a pensare forme di cooperazione e di istituzioni internazionali capaci di custodire il bene comune globale senza annullare la legittima pluralità dei popoli e degli Stati”.
“Tra le molteplici implicazioni del bene comune, immediato rilievo assume il principio della destinazione universale dei beni… che non riguarda soltanto i beni materiali, ma anche i beni immateriali e culturali.
Esiste un diritto alla proprietà privata che ha il suo senso e la sua funzione propria, ma sempre subordinato alla destinazione universale dei beni…. Tale subordinazione è la regola d’oro del comportamento sociale e il primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale. La tradizione della Chiesa ha visto nella proprietà un mezzo per custodire e amministrare i beni in modo che possano servire meglio al bene comune”.
Qui la Magnifica Humanitas compie un passo ulteriore nella direzione politica. “Oggi, tra i beni che sono destinati a tutti, dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati. Quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni”. E prosegue. “La Dottrina sociale della Chiesa chiama sussidiarietà il principio secondo il quale ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali e corpi intermedi non deve essere assorbito da istanze superiori…. La sussidiarietà non giustifica il disimpegno dello Stato, ma ne orienta l’azione: l’intervento pubblico è richiesto proprio per permettere a tutti i soggetti sociali di svolgere la loro missione senza essere schiacciati…. Il principio di sussidiarietà vale in modo particolare nel contesto della rivoluzione digitale. Qui il livello superiore non è lo Stato, ma ogni grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle condizioni della vita comune… Nelle scelte che riguardano i flussi economici e le piattaforme digitali, nel governo dei dati e degli algoritmi, non si può lasciare che pochi attori orientino da soli i processi, ma è necessario costruire forme di cooperazione che rispettino i diversi livelli della comunità mondiale e li rendano corresponsabili del bene comune. ….. Appare così evidente lo stretto legame tra sussidiarietà e solidarietà…la solidarietà è un modo di fare la storia che costruisce popoli e non semplici masse di individui… La solidarietà chiede che le scelte in materia di dati, algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale tengano conto non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno”.
La Magnifica Humanitas evidenzia che “la giustizia nasce e si compie nella fraternità, perché il modo in cui ci accostiamo agli ultimi e ci relazioniamo a loro diventa la misura del nostro rapporto con Dio e con i fratelli. La giustizia però non riguarda soltanto i comportamenti dei singoli, ma anche il modo in cui sono pensate e organizzate le strutture della convivenza…Il Magistero recente ha insistito sul fatto che la giustizia sociale esige uno sguardo che parta dagli ultimi…. di una opzione preferenziale per i poveri che deve segnare le scelte personali e sociali”. Tali argomenti esigono una nota. Partire non dall’azione individuale ma dal come agire per soddisfare il bene comune, fa necessariamente prevalere il preconcetto di bene comune e non l’osservazione sperimentale che innova.
Al di là della nota, riprendiamo l’esame testuale della Magnifica Humanitas . Essa prosegue con “la giustizia assume anche una dimensione riparativa… Ciò può significare … sostenere chi porta ancora oggi le conseguenze di torti subiti in passato…. Un ordine sociale giusto nel tempo del digitale è quello che garantisce a tutti un accesso equo alle opportunità… sottopone a controllo pubblico l’uso dei dati e delle tecnologie, così che il criterio non sia il solo profitto ma la dignità di ogni persona e il bene dei popoli… Un banco di prova decisivo per la giustizia sociale oggi è rappresentato dalla condizione dei migranti, dei rifugiati e di quanti sono costretti a spostarsi a causa della povertà, della violenza, dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali… Il modo in cui una società li tratta mostra se la sua idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità… Lo sviluppo è autentico solo se è integrale, vale a dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”.
“Nei decenni successivi, la Dottrina sociale della Chiesa ha ripreso e approfondito questa espressione per indicare il modo concreto in cui i grandi principi … trovano attuazione nella storia. …. Lo sviluppo è umano quando mette al centro le persone e non l’accumulazione di beni, e quando riguarda anche i popoli, non solo gli individui. … Lo sviluppo è integrale quando non si riduce all’ambito economico, ma promuove la qualità della vita nelle sue dimensioni spirituali, culturali, morali e relazionali, nel rispetto della Casa comune, della diversità dei popoli e dei loro modi di vivere”… L’enciclica rileva infine che”le innovazioni tecnologiche – compresa l’intelligenza artificiale – non sono neutrali: possono accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare disuguaglianze, controllo ed esclusione”. E nel seguito la Magnifica Humanitas insiste nell’affermare che simili questi principi siano da applicare innanzitutto all’interno della Chiesa.
Capitolo terzo. Questo capitolo della Magnifica Humanitas, che comprende 51 commi, si intitola “Tecnica e dominio: la grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA”.
Parte con richiamo ancestrale poi ricorrente nel capitolo. “L’immagine biblica di una costruzione: da un lato la torre di Babele, dove l’opera comune è guidata da un progetto di dominio che finisce per disumanizzare; dall’altro le rovine di Gerusalemme, che vengono ricostruite pezzo per pezzo, come opera di responsabilità condivisa”. Il richiamo introduce una constatazione. ”L’Enciclica Laudato Sì denunciava la crescente affermazione di un paradigma tecnocratico nel mondo globalizzato: la tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche…..Le innovazioni … possono agire come un acceleratore del paradigma tecnocratico e perciò hanno bisogno di un nuovo quadro spirituale, etico e politico”. Tuttavia lamenta Leone XIV, “in molti casi nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione”. E continua “Non è mia intenzione offrire qui una trattazione sull’intelligenza artificiale…mi limito a richiamare alcuni elementi essenziali per un discernimento morale e sociale che custodisca il primato della persona…Le moderne intelligenze artificiali sono infatti più “coltivate” che “costruite”: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”.
Il commento dell’enciclica è ”Questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana. Nel farlo, spesso la superano per velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici concreti in numerosi campi. E tuttavia, questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati:….. La velocità e la semplicità .. semplificano le nostre vite, ma possono anche abituarci a delegare troppo e a cercare risposte pronte, indebolendo il giudizio personale e la creatività……I vantaggi in termini di efficienza e le potenzialità di miglioramento di alcuni servizi sono evidenti; tuttavia, un’adozione rapida e acritica ci espone a diversi rischi, tra cui quello di sottovalutarne l’impatto ambientale”.
Vengono fatti esempi. ”Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane….il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano”. Da qui diviene necessaria “la possibilità di identificare chi deve rendere conto delle decisioni…e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano…..esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico e il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti…servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito”.
Il rischio del non farlo è che “ il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo…..Non possiamo limitarci a invocare il cosiddetto allineamento dell’IA a valori umani, senza avere il coraggio di porre una ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa. Altrimenti, chi controlla l’IA imporrà la propria visione morale, che diventerà l’infrastruttura invisibile dei sistemi. Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi.…Inoltre, la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamentata” .
Questo passaggio argomenta in modo chiaro ma il contenuto è destabilizzante, tanto da richiedere una confutazione immediata da parte laica. Perché, adottando un simile tipo di logica, si mina alla radice non soltanto l’IA ma la metodologia di ricerca in sè. Sotto due profili. Uno. Ricercare è osservare il mondo cercando di capire come funziona. Frapporre un codice etico (prescrivendo il codice etico da usare) limita l’osservare e quindi la ricerca. Due, siccome l’IA effettua i calcoli ad una velocità enormemente superiore e investe masse di dati enormemente più ampie, il prestabilire chi può utilizzare l’IA e chi no, viola il basilare principio degli uguali diritti per ogni umano. La questione da affrontare è un’altra, la brevettabilità della scoperta.
Tornando all’esame del testo, la Magnifica Humanitas auspica che l’IA venga disarmata. Vale a dire “ sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva…Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano.…Quando l’efficienza diventa misura del valore, l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione e alla comunione”. E specifica che “l’intelligenza, se assolutizzata, finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l’affetto, la volontà, la dedizione e la relazione”.
Poi l’enciclica aggiunge che la tecnologia deve evitare sia di puntare al transumanesimo(“immaginando di incrementare prestazioni e capacità”) sia al postumanesimo (“prospettando una forma di ibridazione tra essere umano, macchina e ambiente,… entrando in un nuovo stadio evolutivo”). Ed in generale che “tutto ciò che appare come limite… tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione”. Invece “è proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, .. l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio…La finitudine, quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio e dell’altro”.
In seguito la Magnifica Humanitas espone una fitta serie di esempi di istituzioni, di associazioni e di fatti che nel corso degli ultimi 170 anni sono stati realizzati all’insegna del risolvere il problema dello stare insieme e del come meglio affrontare i pericoli , spesso pure dovendo sconfiggere resistenze e contrasti. Al riguardo, l’enciclica osserva concludendo che “la fede cristiana risponde indicando un compimento che non deriva da una divinizzazione tecnologica, ma da quella operata dalla grazia di Dio ricevuta in Cristo….Qui si trova la differenza radicale rispetto ai sogni prometeici: ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma…L’IA può rendere la vita umana sulla terra più umana … in un cammino di ricostruzione paziente e condivisa, sul modello della rinascita di Gerusalemme. Se invece la potenza cresce mentre il cuore si inaridisce e i legami si spezzano, allora siamo davanti a una nuova forma di Babele: una costruzione grandiosa, ma disumana”
Capitolo quarto – Il quarto capitolo della Magnifica Humanitas comprende 50 commi fino al 181 ed è intitolato “Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà”.
Il testo prende avvio con l’osservazione che ”l’uso delle piattaforme digitali e dei sistemi di IA accelera i profondi cambiamenti nella comunicazione pubblica e politica… La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente” E formula un auspicio:” un’informazione veritiera non nasce da un controllo centralizzato o automatizzato…. Solo la ricerca condivisa della verità dei fatti può fondare una comunicazione giusta”. Per arrivarci va presa coscienza del fatto che “l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso e della società…Una società è rispettabile anche perché coltiva la ricerca della verità e per il suo attaccamento alle verità fondamentali”.
Quando “prende piede un pragmatismo che si accontenta di ciò che appare efficace, la vita democratica si indebolisce” e l’enciclica cita il detto della filosofa Hannah Arendt (tacendo il suo essere liberale), secondo cui “per i totalitari i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, i canoni del pensiero) non esistono più”.
Con questa modo di vedere le cose, l’enciclica avverte “chi controlla le piattaforme digitali e i mezzi di comunicazione possiede una notevole capacità di incidere sull’immaginario collettivo e di proporre come desiderabile una certa visione della realtà. È un potere che chiede di essere continuamente illuminato dalla ricerca della verità e dal rispetto della dignità umana, perché la cultura che si genera nella rete non diventi strumento di eccessiva distrazione, di omologazione e di dominio… la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”.
Per tale ragione la Magnifica Humanitas spiega la necessità di “un’ecologia della comunicazione: …ciò significa stabilire norme che rendano più trasparenti le logiche con cui i contenuti vengono selezionati e amplificati e che tutelino i dati personali;… implica il rafforzamento dei corpi intermedi, un giornalismo serio e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata; …la maturazione dell’esigenza di una nuova consapevolezza educativa e la formazione all’utilizzo corretto e critico degli strumenti digitali, dell’IA; … la grande sfida dell’integrazione dei saperi, allenando sia alla capacità di collegare le conoscenze per leggere la complessità, sia alle tecniche per la verifica dei fatti”.
A questo punto, l’enciclica siriferisce in termini chiari ai gravi mali che in materia si sono verificati nelle comunità ecclesiali per lunghissimi secoli. Dopo, osserva che “la pervasività dei media digitali genera una cultura dell’immediatezza, che alimenta apatia di fronte alla fatica necessaria per cercare la verità.
.. I processi educativi, invece, hanno bisogno di tempi di maturazione…. Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta”.
Poi, nel comma 141, esamina limiti e difetti comprovati dei social e delle loro conseguenze, specie quando usati troppo precocemente… “Occorre opporsi, con scelte pubbliche lungimiranti, all’interesse immediato delle piattaforme – concentrate in poche mani – quando esso contrasta con il bene dei minori”. Dopoal comma
143ci ricorda che “la scuola è il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità” ed evoca il pericolo delle scuole private che discriminano sulle disponibilità economiche, sottolineando l’eccezione delle scuole cattoliche che evitano tale discriminazione. Inoltre richiama la necessità di adeguare di continuo la pedagogia. La ragione è che “non può prendere forma un sistema educativo senza amore per la verità”.
Nei commi successivi, l’enciclica formula un appello. “La Dottrina sociale della Chiesa invita famiglie, scuole, comunità cristiane e istituzioni pubbliche a un’alleanza educativa rinnovata… educare alla sobrietà e al senso del limite… il Magistero ha riconosciuto nel lavoro la chiave essenziale per comprendere l’intera questione sociale… In quest’ottica, gli aiuti economici ai poveri restano talvolta necessari nelle emergenze, ma non possono diventare l’unica risposta, perché l’obiettivo è mettere ciascuno nelle condizioni di vivere dignitosamente attraverso il proprio lavoro”.
All’insegna di questo appello, viene osservato che “contrariamente ai benefici dell’IA che vengono pubblicizzati, gli attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i lavoratori, sottoporli a una sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni rigide e ripetitive…. Per evitare questa deriva, occorre progettare sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione.
…. la persona umana è fine e non mezzo, e l’ordine economico deve rimanere sottoposto alla sua dignità e al bene comune”.
Quanto alla transizione tecnologica, avverte l’enciclica, “non esiste un modello di cambiamento unico, né una soluzione globale: esistono territori e storie che chiedono risposte diverse…In quelle parti del mondo in cui il lavoro tende a ridursi o a mutare radicalmente, per effetto di processi tecnologici e organizzativi che sfuggono al controllo democratico, è necessario ripensare il lavoro stesso e il suo rapporto con la cittadinanza, perché l’assenza di occupazione non pregiudichi la partecipazione sociale…. È necessario un nuovo sforzo convergente di responsabili politici, organizzazioni dei lavoratori, mondo imprenditoriale e comunità scientifica per elaborare in tempi rapidi regole e tutele adeguate e condivise, anche a livello internazionale”.
Per la Magnifica Humanitas, la stessa transizione del lavoro ha la conseguenza di attivare nuovi spazi di attività e perciò esige nuove iniziative di lavoro. Perciò “occorre governare in anticipo la trasformazione. Una via praticabile consiste anzitutto nel fissare criteri sociali per l’innovazione… la libertà economica non è assoluta e va sempre misurata sul bene comune e sulla dignità di ogni persona. L’iniziativa imprenditoriale può essere una vera vocazione, capace di generare ricchezza e migliorare la vita di tutti, a condizione che riconosca la creazione di lavoro dignitoso e di valore come parte essenziale del proprio servizio alla società e non come variabile dipendente dal solo profitto”.
Non può sfuggire l’ambiguità del concetto insito nelle ultime parole. L’imprenditoria dipende dal profitto creato realizzandosi nell’ambito delle norme vigenti. Ed anche il migliorare le condizioni di lavoro è finalizzato a aumentare la produzione ed il profitto. Chi accetta davvero tale principio, non deve sminuire il profitto imprenditoriale in nessun modo e tanto meno demonizzarlo. Ed è pure ambiguo, sotto diversi aspetti, anche il concetto espresso dall’enciclica pochi periodi dopo. “Una società giusta richiede uno Stato presente e istituzioni civili capaci di superare la sola logica dell’efficienza, orientando esplicitamente risorse, creatività e norme a favore dei più vulnerabili”. Dal punto di vista laico, per funzionare al meglio, lo Stato e l‘istituzione pubblica devono sempre proporsi di essere efficienti al massimo delle loro possibilità. E’ l’essenza del loro contributo al corretto funzionamento del convivere.
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La Magnifica Humanitas prosegue consigliando di andare oltre l’uso esclusivo del PIL nelle statistiche e facendo considerazioni sulla finanza che non deve pensare solo a sé stessa e sul risparmio. “La funzione sociale del credito rimane insostituibile. La finanza per la finanza è cosa ben diversa dalla finanza per lo sviluppo e per la creazione e l’evoluzione del lavoro…. Pensare che le nuove tecnologie porteranno automaticamente beneficio a tutti significa ignorare un’evidenza.. La giustizia oggi passa anche attraverso l’accesso ai benefici dell’innovazione…Ma non bisogna considerare la ricerca della giustizia sociale un tema separato e successivo alla produzione di ricchezza, come se l’economia dovesse semplicemente creare valore e la politica intervenire solo dopo per distribuirlo… la politica ha il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale e un’equa distribuzione dei benefici dell’innovazione. Poiché molte decisioni economiche superano i confini degli Stati, è necessaria anche una cooperazione internazionale capace di definire strategie comuni”. Di nuovo concetti ambigui sui compiti della politica. Espressi così non escludono il dirigismo ideologico o religioso.
L’enciclica prosegue scrivendo “la famiglia è la cellula fondamentale e insostituibile di ogni organizzazione comunitaria…. È noto l’impatto devastante della disoccupazione e della precarietà sul tessuto familiare. Nel breve periodo può sembrare vantaggioso ridurre il costo del lavoro o massimizzare l’efficienza finanziaria, ma nel lungo periodo ciò mina le basi stesse della convivenza”. Passaggio pericoloso. Alla lettera vuol dire che le basi della convivenza sono mantenere alto il costo del lavoro e non al massimo l’efficienza finanziaria. Concetti contrapposti ai dati dell’esperienza storica.
Poco dopo, l’enciclica richiama il fatto che “la necessità di cambiare occupazione più volte nel corso della vita richiede percorsi di riqualificazione permanente, che rendano le nuove generazioni capaci di assumere, con competenza e autonomia, i rischi di un contesto economico mutevole e spesso imprevedibile… in una stagione di profonde trasformazioni tecnologiche, occorre una creatività politica a favore del lavoro che metta al centro la famiglia e le nuove generazioni, se non vogliamo che i progressi economici si traducano in nuove forme di insicurezza e di esclusione… è decisivo investire su formazione e riqualificazione accessibili, perché la mobilità professionale richiesta dall’economia digitale non diventi una selezione crudele tra chi può aggiornarsi e chi no… Un ulteriore rischio è quello del controllo sociale, reso possibile dalla raccolta massiva di dati e dall’uso di sistemi algoritmici. Quando ogni gesto lascia tracce… si crea un potere nuovo: quello di profilare, prevedere e orientare i comportamenti… Se questi dati vengono usati per prendere decisioni che incidono su opportunità concrete … si rischia di ledere la libertà e discriminare i più vulnerabili. Inoltre, il controllo non passa solo da divieti espliciti, ma dall’architettura della visibilità: si finisce per modellare opinioni e scelte, generando conformismo e autocensura. Per questo la libertà, nell’era digitale, non è soltanto un fatto interiore: è anche una questione pubblica, che domanda regole chiare, trasparenza, possibilità di ricorso e limiti proporzionati all’uso di tecnologie invasive, affinché la tecnica resti al servizio della persona e non diventi una forma di dominio delle coscienze”.
E ammonisce sugli effetti negativi di “una mentalità tecnocratica e postumanista, che tende a considerare la persona come oggetto manipolabile, eliminando tutto ciò che pone limiti alla massimizzazione del profitto: ciò che conta è l’efficienza, non il rispetto della libertà e della dignità umana… Se una tecnologia promette emancipazione ma produce nuove forme di subordinazione globale contraddice il principio fondamentale della dignità della persona.
.. Senza questa riflessione etica e umanizzante, il potere crescente dei sistemi digitali rischia di condurci verso atrocità nuove”.
La Magnifica Humanitas non fa discorsi simili per autocelebrare la Chiesa. Anzi, afferma che “non possiamo negare o minimizzare il ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù… Si tratta di una ferita nella memoria cristiana a cui non possiamo considerarci estranei… Il colonialismo ai nostri giorni mostra un volto inedito. Non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili… Altrimenti, l’era digitale non sarà post-coloniale, ma coloniale sotto altra forma… la Dottrina sociale della Chiesa propone una responsabilità condivisa. Chiede che questi processi siano governati con lungimiranza da istituzioni … da imprese … da corpi intermedi e comunità educative … da cittadini”
Capitolo quinto. L’ultimo Capitolo della Magnifica Humanitas si intitola “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore” e comprende 47 commi.
La parte inziale è netta. “In un mondo sempre più interdipendente, la pace è una condizione del bene comune universale e un banco di prova della maturità morale dei popoli”. Netti lo sono pure i concetti successivi. “La rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti. Alla guerra visibile si affiancano attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche. L’IA entra in questi processi come fattore di accelerazione, in un quadro in cui molte tecnologie sono intrinsecamente ambivalenti: ciò che nasce per difendere può essere rapidamente convertito all’offesa, e il confine tra protezione e aggressione tende a sfumare”.
“Se guardiamo alle dinamiche mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze. La moderna Babele non è soltanto il paradigma tecnocratico globalizzato, ma anche lo scontro a distanza tra imperialismi contrapposti…È, inoltre, la corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti, o ad assicurarsene il controllo… E tuttavia, accanto a questa deriva, intravediamo gran parte dell’umanità che cerca di adoperarsi per costruire la città della convivenza e della pace. … è una costruzione più lenta, meno visibile…È a questo orizzonte di impegno, a questo cantiere di speranza, che diamo il nome di civiltà dell’amore” espressione introdotta da Paolo VI.
“La Chiesa immagina un ordine sociale in cui giustizia e carità si intrecciano e l’amore diventa principio di organizzazione della vita economica, politica e culturale”. L’enciclica Fratelli Tutti ha ricordato che “solo questo amore sociale può generare un ordine internazionale stabile, trasformando la convivenza da semplice coesistenza armata a comunità di destino.
.. Le reti digitali, l’economia globalizzata e lo sviluppo dell’IA creano legami sempre più fitti, collegando in tempo reale decisioni prese in un luogo agli effetti che esse producono altrove…Il bene comune assume sempre più una dimensione universale, con diritti e doveri che riguardano l’intera famiglia umana”.
“Nei tempi che viviamo si va consolidando una cultura della potenza…che penetra nella società, modifica comportamenti, si espande normalizzando la guerra, inseguendo una potenza militare sempre maggiore, .. alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono… Anche durante la Guerra fredda permaneva la consapevolezza che occorresse evitare a ogni costo un nuovo conflitto mondiale. Oggi, invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale”…
“A tutto ciò si aggiunge un elemento nuovo e decisivo: la dimensione mediatica e digitale. Le reti di comunicazione, gli ambienti informativi frammentati e gli algoritmi che premiano lo scontro possono amplificare polarizzazione e risentimento, accelerare la propaganda e rendere più difficile un discernimento comune…È in questo clima che l’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza.. Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della guerra giusta.. L’umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono”….
“Un elemento decisivo del panorama attuale è la crescita dell’industria bellica, divenuta settore chiave nell’economia di alcuni Paesi.. In tale contesto, l’entrata in vigore nel 2021 del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, rappresenta un segno importante, ma rischia di restare in gran parte simbolico, poiché le principali potenze atomiche non vi aderiscono. Si è diffusa così la convinzione, errata, che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile di sicurezza, con il risultato di alimentare una nuova e poco controllabile corsa agli armamenti….La scena è resa ancora più instabile dalla presenza di nuovi attori armati – gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali – che segnano la fine del monopolio statale della forza”…
“A questo scenario si collega lo sviluppo incessante dei sistemi d’arma, e in particolare delle armi legate all’IA…Lo sviluppo e l’uso dell’IA in campo bellico devono essere sottoposti ai più rigorosi vincoli etici, nel rispetto della dignità umana e della sacralità della vita…Non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o comunque irreversibili. Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile. L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale”.
Pertanto “occorre indicare puntuali criteri di discernimento. Il primo riguarda la responsabilità personale. Il secondo criterio riguarda il tempo del giudizio morale. L’IA tende a comprimere i tempi decisionali; ma, in guerra, decisioni irreversibili non possono avere come criteri supremi rapidità ed efficienza. Il terzo criterio è la distinzione e la protezione dei civili”. “Da questi criteri derivano alcune esigenze irrinunciabili. Anzitutto, per ogni sistema impiegato in ambito bellico, devono essere garantite tracciabilità e possibilità di ricostruire le decisioni.. In secondo luogo, la scelta di impiegare la forza letale … deve restare sotto un controllo umano effettivo, consapevole e responsabile. Infine, è necessario stabilire regole condivise, anche a livello internazionale”.
L’enciclica osserva poi. “La cultura della potenza scaturisce anche dalla crisi del sistema multilaterale…Invece di progredire, stiamo retrocedendo rispetto alla svolta storica del Novecento. Dopo il 1989,… si è affidata quasi ciecamente ai mercati la capacità di produrre benessere, democrazia e stabilità, … la globalizzazione… ha suscitato reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionalistiche. La forza del diritto internazionale viene così sostituita dal preteso diritto del più forte, e i suoi strumenti – dai tribunali competenti sui crimini di guerra alle corti chiamate a dirimere le controversie tra Stati – vengono spesso aggirati o indeboliti, con conseguenze devastanti sulla cultura politica e sulla convivenza… Così si indeboliscono anche le conquiste del diritto umanitario”…
“Viviamo in un tempo di notevole cecità spirituale e culturale… Sembra tornare a imporsi la logica dell’equilibrio armato e della deterrenza. Ma, contrariamente allo scenario bipolare della Guerra fredda, oggi il moltiplicarsi degli attori e dei fronti di conflitto rende questa logica sempre più fragile….A monte di tutto ciò sta un falso realismo, fondato non solo sull’invalsa logica della forza, ma anche su una convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana…Al contrario, la pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità”…
La Magnifica Humanitas tira la conclusione che “questo è terreno fertile per nuove guerre, forse ancor più pericolose di quelle passate perché tendono a smarrire ogni limite etico…Le decisioni sembrano ora essere guidate quasi esclusivamente da calcoli economici, difesi attraverso illusioni mediatiche, euforie artificiali e “sogni” che inevitabilmente si infrangono, generando frustrazione e nuova violenza… Quando una cultura giustifica il conflitto, si apre una deriva pericolosa: ciò che oggi appare impensabile può diventare domani accettabile in base a calcoli di utilità o di sicurezza… Quando ci si limita a guardare solo al proprio settore, ci si illude di svolgere un compito moralmente neutro e si evitano le domande sugli scopi ultimi che orientano determinate sperimentazioni: così si rischia di cooperare, magari senza volerlo, a progetti oscuri che alimentano nuove forme di violenza, manipolazione e dominio”.
Costruire la civiltà dell’amore. “La prospettiva cristiana non si esaurisce nel denunciare il male… I cristiani vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle: conoscono la luce…non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà…Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione”. Leone XIV ci dice “propongo cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo”.
Ne consegue che “dobbiamo dire no alla guerra delle parole e delle immagini… quella vera pace che nasce dalla giustizia… dobbiamo toccare la carne di chi soffre, guardare i volti.. Abbiamo bisogno di un sano realismo, che eviti l’idealismo politico… Il realismo autentico non rinuncia a cambiare il mondo, .. non riduce la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla violenza…Per costruire la civiltà dell’amore dobbiamo esercitare il dialogo…A livello politico, è urgente passare dalla cultura della potenza a un’autentica cultura del negoziato”.
Lo stesso Leone XIV ripete “i popoli vogliono la pace”. E l’enciclica sottolinea che “nel rifiutare la logica della violenza, il dialogo tra le religioni ha un ruolo decisivo… chi usa nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto”. Del resto “nelle relazioni internazionali, il dialogo è lo strumento insostituibile della diplomazia per prevenire i conflitti e ricucire legami di fiducia. Anche lo spazio cibernetico è diventato terreno di confronto…occorre una diplomazia capace di operare anche in questo nuovo ambiente, negoziando regole condivise sull’uso delle tecnologie digitali”.
“Nel contesto internazionale, la diplomazia della Santa Sede assume il principio evangelico della misericordia come criterio concreto dell’agire politico…contribuisce alla costruzione di una civiltà dell’amore in cui anche le nuove tecnologie siano orientate al bene comune…Non stanchiamoci di pregare per la pace e di impegnarci per realizzarla nelle nostre relazioni e nella società”.
La conclusione della Magnifica Humanitas comprende 16 commi. Leone XIV premette “al termine di questo percorso, desidero consegnarvi un itinerario di vita cristiana con cui abitare questo cambiamento d’epoca alla luce del Vangelo”. Dopodiché proclama che “la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono.. diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale”. E traccia il disegno religioso. “Al centro sta il mistero dell’Incarnazione: il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi… attraverso questa vicinanza il dono della pace entra nel mondo in modo paradossale come potere di diventare figli di Dio…. Mentre ideologie antiche e nuove spingono l’uomo al superamento tecnico del limite e a elevarsi sopra gli altri per affermare un dominio, il mistero del Figlio di Dio che entra nella nostra condizione racconta un movimento opposto: il Dio vivente scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù … Ciò che salva l’uomo è l’amore divino che scende fino al punto più fragile della sua storia e la rigenera dal profondo.
.. come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA… Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia” (da questo punto, l’elegante periodare religioso è il paravento di una forte contraddizione in termini terreni di cui parlerò nella valutazione conclusiva).
Leone XIV prosegue la narrazione religiosa affermando che “la spiritualità di cui abbiamo bisogno è una spiritualità eucaristica, cioè una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore… L’Eucaristia ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della povertà e dell’emarginazione. E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, nutrita dell’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un’altra misura, custodendo legami, restituendo voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone… La verità che non dobbiamo perdere è quella su Dio e sull’essere umano, così come Cristo ce li ha rivelati”.
“Occorre abbandonare una visione dell’uomo individualista e tecnica, come se la realtà fosse pura materia da modellare in base a interessi egoistici, sia individuali che di gruppo… Dobbiamo educarci a considerare il mondo digitale come un nuovo continente da evangelizzare, che richiede missionari generosi e maturi nella fede… Le stesse tecnologie che facilitano la comunicazione e l’accesso alle risorse possono sostenere modelli che sfruttano i più vulnerabili, alimentano nuove schiavitù, trasformano il conflitto in occasione di profitto… chi crede si impegna perché.. invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace… Il quarto punto di questo programma di vita cristiana, dopo la fede che contempla il disegno di amore del Padre, la carità che ci unisce in un unico corpo ecclesiale, la speranza che sostiene il nostro agire nel mondo, è la preghiera… insieme con la Vergine Maria… Il Verbo si è fatto carne…. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione”
Leone XIV si avvia a concludere con una serie di considerazioni strettamente religiose imperniate per alcuni commi sul concetto del “Dio vivente che scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù, prende su di sé la nostra debolezza e la trasforma in luogo di salvezza”. “Come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA. In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità”, affermazione mistica dato che nella realtà l’uomo non è uno spettatore rassegnato dei processi tecnologici bensì la loro fonte e il loro utente felice di esserlo.
Leone XIV poi asserisce “nessun sistema di calcolo, per quanto sofisticato, genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene. Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia. È il mistero della ricapitolazione, la certezza che il Padre ha stabilito di ricondurre a Cristo, unico Capo, tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra….abbiamo bisogno è di una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore”.
Nella prospettiva di tale obiettivo Leone XIV , negli ultimi commi dell’enciclica, disserta su questioni religiose approfondendo volta volta alcune esortazioni “Restiamo fedeli alla verità.. Investiamo nell’educazione.. Curiamo le relazioni.. . Amiamo la giustizia e la pace..Non dimentichiamo che ogni scelta tecnica o economica si trasforma in luogo di discernimento spirituale”… e infine richiamando le vicende della ricostruzione con il popolo delle mura di Gerusalemmee terminando la Magnifica Humanitas con l’auspicio “Con la stessa fede di Maria, diventiamo tessitori di speranza nel nostro mondo”-
Valutazione della Magnifica Humanitas in termini laici. a) criterio valutativo – Per evitare ogni equivoco, va ribadito che la Chiesa cattolica ha ogni diritto, come tutte le altre religioni, di elaborare e diffondere i suoi documenti dottrinali. Perciò la presente valutazione attiene solamente ai suoi contenuti (che pone quali meri suggerimenti) rispetto ai temi del come organizzare la convivenza.
b) Portata del riferirsi all’IA. La prima osservazione è che anche questa volta, nonostante la differente origine del Papa autore e certi parziali progressi interni, nell’enciclica permane il ritardo strutturale della Chiesa sul conciliare la fede e l’osservare i fatti terreni. Tale ritardo strutturale è presumibile sia il motivo per cui l’enciclica fa esplicito riferimento all’IA, mentre la sua sostanza è imperniata nella Dottrina Sociale della Chiesa avviata dalla Rerum Novarum (1891) e sviluppatasi da allora nel segno della fede.
Oltretutto, il richiamo all’IA, pur in un evidente sforzo di coglierne diversi aspetti concettuali ed operativi, non arriva a definirne con esattezza l’effettivo significato. L’IA è un codice creato da specialisti che – purché disponga di grandissime quantità sia di energia che di acqua – è capace di effettuare calcoli a velocità irraggiungibili dagli umani , trattando al contempo una mole enorme di dati, o ad esso forniti o cui è in grado di accedere. Il che accelera il lavoro da compiere per conoscere e amplia i settori interessati. Peraltro l’IA non è un meccanismo del tutto autonomo da chi lo ha programmato, nel senso che è in grado di operare solo sviluppando quello che ha ricevuto , magari anche effettuando esperienze ulteriori, ma senza compiere atti inventivi e sperimentali caratteristici della mente umana. Al più l’IA può aiutare i programmatori nello svolgere un quattro quinti del loro lavoro, ma non è in grado di sostituirsi ai suoi creatori.
La Magnifica Humanitas , però, attribuisce all’IA capacità più larghe di quella che ha. Comunque da per scontato che essa sia saldamente nelle mani di operatori non trasparenti e perciò costituisca con le sue potenzialità un forte pericolo per la convivenza democratica degli umani.
La Chiesa è legittimata a pensarla così, come è ovvio. Peraltro è del tutto evidente – ripercorrendo il testo dell’enciclica in dettaglio – che il vero obiettivo dell’enciclica è diffondere il messaggio religioso della fede e renderla il più possibile capace di influire sulla gestione istituzionale, esercitando una forma di controllo sulle procedure della conoscenza terrena.
c) intendere la fede come coprotagonista istituzionale. L’esame del testo fatto fin qui rende evidente che , sulla scia delle precedenti, anche l’enciclica Magnifica Humanitas inquadra la storia e la cronaca nella cornice del millenarismo della verità, del buono e del giusto. Nonostante scriva anche di autonomia della politica, la Magnifica Humanitas manifesta la convinzione che sia possibile rendere la fede cattolica coprotagonista del conoscere e delle scelte istituzionali. Cosa impossibile, siccome, per esperienza secolare, la fede – in quanto strumento messianico – non consente tempestivi progressi nella conoscenza terrena. Infatti la fede assorbe la storia presupponendo di affidarsi alla rivelazione divina, non alle osservazioni degli uomini, alle loro scoperte e alle loro scelte su come organizzare la convivenza.
Questo voler essere coprotagonista del conoscere e delle scelte istituzionali, porta al redigere il passaggio dell’enciclica in cui è scritto “nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale”. Un passaggio per far credere che la laicità voglia discriminare la Chiesa. Ma è un’idea strutturalmente insussistente, dato che la diversità dei laici significa diritto di ciascuno a manifestare le proprie idee e le proprie fedi, senza pretendere di imporle. Viceversa, appunto l’imporre il proprio modo d’essere nella convivenza è stato per secoli l’intento esplicito della cultura cattolica, persistente ancor oggi – l’enciclica ne è la riprova – nella forma affievolita del sostenere che il messaggio religioso del Vangelo è ineludibile per il conoscere umano.
d) l’inclinazione impositiva . Il felpato ma ossessivo voler imporsi è alla base del dirsi minacciati oggi da “coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla” oppure “la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamenta”. Solo che il conoscere ed i suoi prodotti non possono essere mai minacciosi per la libertà dei conviventi, di cui anzi sono il presupposto. Si sente minacciato solo chi vuol evitare che vengano illuminati gli oscuri misteri da lui praticati e custoditi. Magari per questo motivo, il sedicente minacciato grida al lupo al lupo. Attivando un allarme, si prefigge di scongiurare il concreto pericolo che il conoscere progredisca mediante l’agire delle potenzialità individuali di ciascuno. E dalla permanente diffidenza della Chiesa per il privato, deriva la sua netta preferenza per strutture collettive lontane da quella brulicante dinamicità individuale degli umani conviventi , che viceversa è il marchio del progresso conoscitivo della scienza e della laicità. Lo conferma il fatto che Leone XIV, nonostante la sua maggior ponderazione rispetto al predecessore, continua a disconoscere la necessità del mercato, concepito e strutturato per favorire gli scambi che arricchiscono chi li fa e l’ambiente ove si opera.
e) lontana da scienza e laicità . Seppure con toni più maturi, la Magnifica Humanitas continua a percorrere la strada delle encicliche che l’hanno preceduta, quella segnata della Dottrina Sociale, la quale a sua volta segue la via maestra della carità sempre unita alla verità. L’enciclica afferma appunto che la vicinanza della Chiesa ai cittadini non deriva dall’intento di supplire alle istituzioni, deriva “dalla carità evangelica che la spinge ad accostarsi alle ferite dell’umanità nei momenti in cui esse si manifestano con maggiore gravità”. Però un simile accostarsi equivale al prescindere dalla centralità del produrre nell’esistenza umana, nel presupposto che i beni necessari siano sempre abbondanti e che si tratti solo di distribuirli. Tanto da sottovalutare l’importanza degli interessi e volere che il diritto li preceda, mentre nella realtà democratica il diritto nasce dopo il manifestarsi degli interessi per regolarne i rapporti.
Si tratta di un percorso che non rispetta i capisaldi della laicità e della scienza. Di fatti per l’enciclica, la proprietà è giusta e legittima solo se serve ad un lavoro utile alla destinazione universale dei beni. Un cittadino può donare sé stesso salvo chead un progetto solo umano della realtà. Non va dimenticata la trascendenza di ogni umano. Occorre sempre anteporre il grido dei poveri, dei migranti e delle vittime delle nuove schiavitù. Privilegiare la destinazione universale dei beni, la critica a un paradigma tecnocratico supposto voler dominare ogni cosa, la difesa del lavoro umano minacciato dalla cosiddetta logica dello scarto (mentre quasi sempre tale logica è la selezione secondo le rispettive capacità).
Non termina qui la distanza dalla laicità. Innanzitutto, il rifiuto del riconoscere i diritti del cittadino relativi al suo vivere, dall’inizio della vita, dall’interruzione di gravidanza , al decidere il fine vita. Inoltre, la Magnifica Humanitas proclama che “la dignità fondamentale di ogni persona non si acquisisce e non si merita”, ma sorvola sui grandi risultati dei comportamenti tramite cui si esercita la libertà individuale. Anche qui prescinde dalla effettiva realtà nel tempo. Di passaggi del genere, la Magnifica Humanitas è costellata.
Qualche cenno. “Non basta esaltare la libertà individuale o l’iniziativa privata, se poi si accetta che una moltitudine di persone continui a vivere senza un lavoro dignitoso” oppure “il bene comune non coincide con la somma dei vantaggi dei singoli”.Nel complesso una martellante repulsa della concreta realtà costituita dai singoli, costruita sul non tener conto dell’esperienza. Tra l’altro non spiegando mai davvero cosa sia un bene comune diverso dalla somma dei vantaggi dei singoli. Queste sono asserzioni legittime come espressione del pensiero della Chiesa, ma del tutto al di fuori della realistica impostazione laica e quindi estranee pure a quel progetto condiviso che l’enciclica scrive di auspicare.
f) l’errore sui brevetti. In seguito la Magnifica Humanitas afferma che tra i beni destinati a tutti, ci sono “le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati”. Qui compie un grosso errore, mescolando impropriamente brevetti ed algoritmi con altre forme di proprietà. Già oggi, non tutte le novità nel campo della conoscenza e della scienza sono brevettabili. I principi fisici, i fenomeni naturali, le sostanze esistenti (quali molecole o geni), le loro teorie esplicative, i modelli matematici (compresi algoritmi tipo i programmi per i computer) non sono brevettabili in quanto tali, siccome sono oggetti appartenenti alla realtà del mondo oppure relativi al generale comprenderlo. Di fatto, anche con il compiere un errore simile, l’enciclica conferma l’intento della Chiesa di mantenere un’estrema prudenza circa la proprietà, diffidando dei suoi effetti principali, agevolare la libertà umana e proteggere i suoi effetti. La medesima mentalità emerge da diversi passaggi, come quando , in nome della solidarietà, chiede “di tener conto in materia di dati, algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale …non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno”. Adottando questo atteggiamento – agire non partendo dall’azione individuale ma dal come soddisfare il bene comune – necessariamente prevale il preconcetto di bene comune (attitudine al conservare l’esistente) rispetto all’osservazione sperimentale che innova (attitudine al cambiamento).
g) cautele sul cambiare. L’enciclica sottolinea inoltre “la tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche” e avverte che“le innovazioni siccome possono agire come un acceleratore del paradigma tecnocratico, perciò hanno bisogno di un nuovo quadro spirituale, etico e politico”. In sostanza è il timore religioso di non controllare il cambiamento. Timore presente pure nella riflessione “l’intelligenza, se assolutizzata, finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l’affetto, la volontà, la dedizione e la relazione”. Frase che non spiega l’effettiva misura dell’assolutizzata, e quindi restringe il campo operativo dell’intelligenza limitando lo svilupparsi del conoscere laico. Restrizione confermata anche da un’altra frase dell’enciclica “ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una comunione che trasforma”. Insomma, una concezione tesa a circoscrivere il manifestarsi individuale, tanto da affermare “lo sviluppo è umano quando mette al centro le persone e non l’accumulazione di beni, e quando riguarda anche i popoli, non solo gli individui”. Ma distinguere tra popoli e individui caratterizza i totalitarismi.
h) principi senza indicazioni attuative. Già questa serie di concetti chiariscono che la distanza della Magnifica Humanitas dalla laicità è assai marcata e che è predominante l’inclinazione della Magnifica Humanitas a voler essere nella sostanza, al di là del pacato argomentare, impositiva in ambito della costruzione.. istituzionale. Ce ne sono passaggi ulteriori. “Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta” od anche “gli attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i lavoratori. Per evitarlo, occorre progettare sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione.
…. la persona umana è fine e non mezzo”.
Tra l’altro, l’inclinazione intimamente impositiva dell’enciclica, si traduce in dichiarazioni di principio prive di precise indicazioni sul come attuarsi. “ Fissare criteri sociali per l’innovazione… la libertà economica non è assoluta e va sempre misurata sul bene comune e sulla dignità di ogni persona. L’iniziativa imprenditoriale può essere una vera vocazione..a condizione che riconosca la creazione di lavoro dignitoso e di valore.. e non come variabile dipendente dal solo profitto”. Intenti enunciati senza un disegno per realizzarli. Così si riducono al mettere a fuoco la volontà di privilegiare gli ultimi muovendo dal non incentivare le capacità individuali e le condizioni produttive per generare profitto (di cui, alla fine, fruiscono tutti i conviventi). Mentre già sopra ho rimarcato che l’imprenditoria dipende proprio dal profitto realizzato nell’ambito delle regole e che il migliorare le condizioni di lavoro è un mezzo per aumentare la produzione ed il profitto.
i)distacco dall’efficienza. Inoltre gli intenti enunciati senza un disegno per realizzarli, nell’enciclica si accompagnano pure al richiedere “istituzioni civili capaci di superare la sola logica dell’efficienza, orientando esplicitamente risorse, creatività e norme a favore dei più vulnerabili”. In proposito, ho già scritto sopra che, dal punto di vista laico, l’essenza del contributo delle istituzioni pubbliche al corretto funzionamento del convivere è. l’essere efficienti al massimo delle loro possibilità. Una volta che lo Stato è efficiente, sarà in grado di affrontare le molteplici questioni quotidianamente sussistenti.
Verificare che vi siano risorse sufficienti per i conviventi. Verificare che l’impianto normativo sia adeguato nel far esprimere le diversità individuali dei cittadini e nel consentire il loro libero interagire fonte della produttività. Verificare che i livelli di povertà siano ai minimi e che la materiale assistenza ai bisognosi funzioni. In ogni caso occupandosi di tutti i cittadini, non di una sola parte di loro. Perché l’accettare la diversità e rispettare i suoi differenti risultati è un irrinunciabile caposaldo della conoscenza e della democrazia libere, cui non si deve rinunciare sognando per motivi religiosi un’uguaglianza inesistente al di fuori dei diritti. Per tutto ciò, la logica dell’assistenza non va affatto superata.
l) l’individuo poco considerato. La vera questione in ballo è che l’inclinazione impositiva della Magnifica Humanitas, nel solco della tradizione della Chiesa cattolica, riflette in realtà una considerazione molto scarsa per le capacità degli individui. Sono ritenuti incapaci di gestire la propria vita, se non assistiti dalla direzione del Dio. Ora, l’esistere del Dio, è questione controversa, superabile solo attraverso la fede. In ogni caso, anche accettandola, siccome la presenza del Dio non è comunque un dato materiale, è indispensabile ammettere che essa si manifesti attraverso dei rappresentanti terreni. In quanto tali, i rappresentanti sono titolari di fatto delle prerogative divine, gestite sulla base di scritture dichiarate espressione del Dio . L’insieme delle scritture e dei rappresentanti si sovrappone ai credenti guidando il loro modo di essere e riducendo la loro partecipazione ad un’accettazione supina priva di possibilità decisionali in merito alla vita religiosa nei suoi vari aspetti. Essendo questa la natura della struttura ecclesiale, verrebbe replicata nelle istituzioni civili qualora esse fossero in mano alla Chiesa.
m) compito primario dei laici . Stando così le cose, il dichiarare, come nella Magnifica Humanitas, l’autonomia della politica è di sicuro positivo per il convivere democratico nel segno della laicità. Ma non è risolutivo. Perché l’inclinazione impositiva della Chiesa permane e porta ad insistere per evangelizzare il mondo secondo il proprio disegno divino. Se riuscisse, attuerebbe una istituzione a simiglianza religiosa, la quale avrebbe tutti i limiti sopra rilevati nel circoscrivere la libertà dei conviventi. Pertanto, la laicità deve sempre garantire ai cattolici, come alle altre religioni, il diritto di vivere il proprio credo nel rispetto della legge e di manifestarlo liberamente. Al contempo deve far sì che non prevalga l’inclinazione impositiva della Chiesa. con la sua ossessione per la verità fuori del tempo, perché in pratica corrosiva dei liberi rapporti civili e delle condizioni produttive dell’economia aperta.
n) i colloqui interreligiosi . Questa ossessione per la verità fuori del tempo, inoltre, è corrosiva pure sotto un altro aspetto assai rilevante del convivere. Sulla Magnifica Humanitas si trova “chi usa nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra… colpisce la religione stessa”. A conferma – e nell’ottica di far emergere come le religioni propendano alla pace, a differenza dalla politica civile – la Chiesa ha tentato il dialogo tra le religioni, che hanno credi distinti non connettibili. In pratica il dialogo produce colloqui tra bene intenzionati pieni di speranzoso ottimismo, che però sono colloqui impossibilitati a risolvere i contrasti e forieri di ulteriori confusioni nel merito reale dei problemi. Per celare l’insuccesso reale, terrorismo, violenza o guerra vengono attribuiti a soggetti imprecisati contro i quali è impossibile agire ma solo pregare. Più in generale, del resto, nell’enciclica non è mai descritta l’origine delle guerre, così che non ci si cura dei comportamenti di chi le ha scatenate e dell’effettiva materia del contendere. La pace è vista come un dovere morale, non come conseguenza del rispetto di regole condivise nella libertà. In tal modo la linea della Chiesa corrode il concreto realismo laico dei cittadini che cerca di conoscere gli avvenimenti in sé per capirli e sforzarsi di modificarli davvero.
o) contraddizioni operative della Chiesa. Va inoltre osservato che questo modo di operare della Chiesa, resta chiaramente contraddittorio nelle cose. Di fatti, l’enciclica afferma che “il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia”. Tuttavia , come si è visto, in ogni occasione questo volto non gode di una effettiva autonomia ma deve seguire il disegno divino. Il che, anche se conseguente dal punto di vista religioso, dal punto di vista del convivere reale contrasta l’intento civile di essere il protagonista dell’evolversi della storia. La Chiesa afferma che il volto umano è la pienezza verso sui cammina la storia, ma agisce perché non lo sia. Lo accetta solo dopo che è avvenuto nella vita reale.
Sul punto la contraddizione non è solo questa. Nel finale la Magnifica Humanitas scrive che il cittadino è lo “spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità”. Ma prima aveva sostenuto che il volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia. Dunque parlare di rassegnazione pare solo funzionale a diffondere la paura dei processi tecnologici onde provocare la reazione. Solo che il rilevo delle questioni richiede coerente chiarezza e non furbi tatticismi.
p) giudizio complessivo dell’enciclica. Nel complesso, la Magnifica Humanitas contiene alcune innovazioni ma non certo tali da far sì che la cultura laica possa ragionatamente darne una valutazione in termini positivi. E’ anch’essa un’enciclica tradizionale che rimane nella tradizione della Dottrina Sociale di 135 anni fa, e che, anche ricorrendo a nuovi argomenti, persiste nell’aspirare all’evangelizzazione del mondo con la verità cattolica, perché , “la Dottrina Sociale nasce dall’incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia”.
q) costante impegno dei laici. Limitarsi a questa affermazione per concludere il giudizio sulla Magnifica Humanitas, non corrisponderebbe agli insegnamenti della cultura laica. La quale predica la necessità di sostenere senza soste, nel costruire le istituzioni, quanto è emerso nei decenni dall’esperienza storica. Vale a dire che il metodo sperimentale della laicità liberale ha un’efficacia molto più ampia e anche più rapida nel riuscire a conoscere un po’ alla volta il modo di costruire regole per migliorare le condizioni di vita degli umani e della loro libera convivenza. Perciò, la laicità deve sempre garantire a tutte le religioni il diritto di vivere il proprio credo nel rispetto della legge e di manifestarlo liberamente. Al tempo stesso – specie in Italia – deve evitare il prevalere di qualunque inclinazione impositiva. Siccome è conclamata l’ossessione della Chiesa cattolica di evangelizzare la verità della propria fede, è indispensabile che la cultura laica si impegni sempre per impedire sul campo il prevalere di questa ossessione che finirebbe per affossare i liberi rapporti civili e le condizioni produttive dell’economia aperta.
Un impegno del genere rende necessaria una presenza attiva, vigile e costante ad ogni livello della vita civile per diffondere la cultura laica e le sue proposte applicative concernenti i problemi civili sul tappeto. Sono indispensabili concretezza, insistenza, determinazione ed evitare di cadere in pratiche anticlericali, che sono estranee alla laicità.
r) due questioni prioritarie nell’azione laica: 1) l’inoptato. Il tema di maggior rilievo è quello di battersi per eliminare un rigo della legge 222/1985 che distribuisce l’inoptato dell’otto per mille secondo la proporzione delle scelte fatte dal contribuente nella dichiarazione fiscale circa la destinazione dell’otto per mille.
Questo rigo della 222/1985 è un raggiro democratico. Al contribuente, in apparenza viene data la scelta di destinare il suo 8 x mille (che in via ordinaria spetterebbe all’Erario) ad un soggetto religioso, mentre nella sostanza, qualora non ne faccia uso, è obbligato a destinarlo in proporzione alle scelte espresse dall’insieme dei contribuenti. Da qui due conseguenze. Prima, i singoli cittadini che non scelgono l’8xmille (poco meno dei tre quinti), vengono assoggettati alle scelte di chi le ha fatte (poco più dei due quinti). Seconda l’Erario rinuncia interamente ai soldi che gli spetterebbero in caso di mancata scelta.
Oltretutto, assegnare così l’inoptato non è solo una questione di rappresentanza. E’ anche un marchingegno finanziario. Perché, nel periodo di imposta 2023, distribuendo in proporzione l’inoptato, la Chiesa cattolica riscuote intorno a 700 milioni all’anno in più di quanto le spetta in base alle scelte fatte davvero a suo favore dal contribuente (cioè, visto che la Chiesa ha incassato in tutto 1 miliardo e 87 mila euro, l’inoptato le ha fatto avere circa il 65% in più).
Abrogare la procedura dell’inoptato sarebbe un passo significativo per sconfiggere l’ipocrita concezione della democrazia civile. In uno stato laico, finanziare le confessioni religiose può essere deciso solamente mediante un regolare atto pubblico sottoposto al giudizio dei cittadini e non con un marchingegno oscuro che inganna il contribuente.
2) la gestione dell’IA italiana in mano ad un francescano. Una seconda questione di rilievo da risolvere è che un Padre Francescano, Paolo Benanti, docente alla Pontificia Università Gregoriana, esperto di etico delle tecnologie, dal novembre 2023 è l’italiano nel Board ONU di studio sull’IA e dal gennaio 2024 anche Presidente della Commissione IA presso la Presidenza del Consiglio a Roma. Qui non è in ballo la competenza professionale dell’interessato, bensì l’avere affidato un ruolo così importante ad una persona legatissima al Vaticano, e dunque soggetta alle sue impostazioni culturali , che erano anche all’epoca quelle che abbiamo visto prima nella Magnifica Humanitas.
Va detto che i due incarichi sono stati frutto di procedure particolari. Nell’incarico dell’ONU, attribuito dal Segretario Generale costituendo il Board , la rappresentanza italiana è più sfumata visto il ruolo del Vaticano di osservatore ONU. Nell’incarico presso la Presidenza del Consiglio, la nomina avvenne in sostituzione di Giuliano Amato , che era alla Presidenza (su indicazione del sottosegretario Barachini, FI) dalla costituzione del Comitato ad ottobre e che era dimesso a seguito di alcune sue dichiarazioni negative sull’esecutivo apertamente contestate dalla Meloni nella conferenza stampa di fine anno (l’indicazione di Padre Benanti fu di nuovo fatta dal sottosegretario Barachini).
Comunque, queste particolarità non risolvono certo la questione, specie nel caso dell’incarico presso la Presidenza del Consiglio. I già noti rapporti del sottosegretario Barachini con la CEI e con l’editoria cattolica, semmai forniscono al mondo laico ulteriori argomenti di preoccupazione per una nomina che rappresenti davvero una linea d’informazione IA corrispondente ai contributi aperti ed autonomi nel rapporto con i cittadini (ho ampiamente trattato dell’inclinazione impositiva della cultura vaticana). Alla Meloni resta un’oggettiva responsabilità politica per questa pericolosa deriva. Latitante la sedicente opposizione.
Il mondo laico deve con forza chiedere conto del permanere in tale ruolo di Padre Benanti, che nei fatti è una sorta di cinghia di trasmissione del Vaticano a danno dei cittadini italiani.
s) lotta ai clericali. Nel loro impegno continuo per diffondere il principio del costruire la convivenza sulla libertà di ciascuno, i laici devono essere ben consapevoli che a voler imporre la fede quale fonte legislativa della convivenza, sono non soltanto i facenti parte di organi religiosi ma anche (e per certi versi soprattutto) gli ambienti clericali. I clericali, al fine di assicurarsi fitte relazioni di potere, operano quotidianamente per riconoscere alle proposte di stampo fideistico di ogni origine, uno status privilegiato nella formazione delle leggi su materie decisive per le libertà civili. Smascherare le trame clericali è in testa agli impegni dei laici.
t) la cura ad informare sugli avvenimenti. I laici sono cultori dell’individualitàma insieme sono ben conscidella necessità di impegnarsi in una costante azione civile per contrastare a passo a passo le insistite propagande della Chiesa, le quali, come si legge nella Magnifica Humanitas, vogliono far “considerare il mondo digitale come un nuovo continente da evangelizzare”. Rilanciare l’uso diffuso dello spirito critico individuale come motore di una convivenza democratica non soffocata da conformismi religiosi, richiede uno scontro quotidiano. Il punto odierno di maggior difficoltà è quello del funzionamento dei mezzi di comunicazione.
Immersi in un clima di malintese necessità editoriali (soprattutto a seguito del crollo delle vendite cartacee e delle esigenze publicitarie), i mezzi di comunicazione curano pochissimo , se non dimenticano, di pubblicare imparzialmente gran parte delle notizie e di verificarne in precedenza le fonti. Un simile atteggiamento discrimina oggettivamente nel poter far conoscere le proprie idee, appunto i cittadini individui che non facciano parte di associazioni ed organizzazioni note per altro verso. Appunto il caso degli appartenenti al mondo laico. Dunque è assolutamente necessario che tutti i laici, ognuno con le sue iniziative ed i propri contatti nazionali o locali, diffondano ogni giorno commenti e notizie improntati alle attività dei gruppi e dei soggetti di cultura laica nelle varie città italiane. Il risveglio laico è un passo rilevante per l’equilibrio del nostro convivere. Per il dato sperimentale che nel convivere la laicità è insostituibile, dato misconosciuto dal bipolarismo attualmente in auge.